Ci vuole educazione

Queste due immagini sono prese da due film visti quest’anno: An Education e Fish Tank. Entrambi condivido lo spunto iniziale ma lo sviluppano diversamente. L’idea cardine è una relazione tra una ragazza adolescente ed un uomo molto più grande. Ok, sul tema Moccia ha pure scritto Scusa ma ti chiamo amore, però preferirei dare risalto a quanto considero meritevole.

Dei due ho apprezzato di più Fish Tank, un film amaro che ha ricevuto consensi un po’ ovunque tra cui anche Cannes. La storia prende piede nelle periferia degradata inglese, in un contesto di disagio sociale. L’ambientazione vede palazzoni cementiferi squallidi ed uno stato generale di desolazione. Mia è una ragazza con la passione per la danza hip-hop che cerca di entrare nel settore. Durante il film sviluppa una certa attrazione per il compagno della madre (del vero padre non verrà mai fatta menzione), il cui atteggiamento favorisce piuttosto che frenare la loro relazione. L’intero racconto è abbastanza canonico nello svolgimento ma non nei modi. Se è vero che la sceneggiatura a tratti è programmatica, i risvolti non sono così scontati ma anzi la regista Andrea Arnold riesce a creare dei momenti di grande emotività. Ad un certo punto, nel climax, il film sembra volgere al peggio incanalandosi nella più negativa delle conclusioni dai risvolti melò. Fortunatamente l’epilogo, pur non positivo, ha più un sapore dolceamaro è risulta difficilmente prevedibile in relazione agli inizi del film. Come anche per nulla scontato è il modo in cui la relazione dei due ha fine, per quanto il sentore che si tratti di qualcosa destinato a non durare aleggia sin dal primo incontro. E’ un film particolarmente bello anche se doloroso da seguire con una regia energica e adatta alla personalità spigolosa della protagonista (ma non per questa priva di quegli slanci sentimentali tipici degli adolescenti che le fanno sentire un forte attaccamento per il destino di una vecchia cavalla giunta alla fine dei suoi giorni). Buono il comparto musicale. Complessivamente la regista ha creato un buon equilibrio degli elementi in gioco evitando di scadere in una rappresentazione troppo enfatica del contesto ed allo stesso tempo costruendo le relazioni attraverso un linguaggio molto fisico, fatto di gesti,sguardi, sospiri lasciati a metà, perfettamente in armonia con la fisicità della break-dance.
Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=a7BFZqQ4ruA
An Education invece è più votato agli ideali ed ai finali lieti. Anche in questo caso siamo in Inghilterra, ma tra le mura di una famiglia medio borghese nella cornice degli anni ’60. La protagonista, Jenny Miller, è un tipo sognatore, con obbiettivi ambiziosi come l’ammissione a Oxford, che desidera quanto prima possibile entrare in una società dai modi raffinati, dai discorsi colti, dalle serate a teatro, e dai viaggi nelle capitali Europee più mondane. L’occasione le viene fornita da un fortunoso incontro con un uomo ben più grande di lei a cui seguirà uno svolgimento non privo di ribaltamenti di prospettiva. Il film è buono, soprattutto la sceneggiatura, anche se la regia si dimostra in qualche punto immatura con soluzioni un po’ stonate. Allo stesso tempo l’intera ricostruzione della vicenda è permeata da un gusto un po’ troppo kitsch, specie in tutti i luoghi che fanno da contorno e l’impressione che abbia qualche intento edificante nei confronti del pubblico più giovane. In ogni caso la pellicola è valorizzata da delle interpretazioni davvero convincenti da parte di tutti, specie di Carey Mulligan. Un punto di forza rispetto a Fish Tank è rappresentato dai personaggi secondari, non altrettanto significativi nel film della Arnold, come quello interpretato da Alfred Molina capace di raccontarti la sua persona in una singola scena o dell’insegnante che rappresenta l’antitesi della vita a cui aspira Jenny , ma nella cui persona la ragazza troverà tante risposte agli interrogativi successivi al crollo dei propri sogni.
Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=eRbp-dd1QvM
N.B questi due film ovviamente non vedono dietro la macchina da presa James Cameron pronto ad iniettare effetti speciali in ogni secondo, non sono adattamenti dei supereroi della Marvel e probabilmente se riescono a coprire i costi di produzione è già tanto :P
July 30th, 2010 at 9:16 am
Interessanti, me li segno; anche se dando un’occhiata alla trama sulla wiki inglese mi pare (potrei sbagliare) che il secondo (An Education) affronti la tematica senza dare troppi scossoni alla visione comune che se ne ha, ma anzi riconfermandola.
July 30th, 2010 at 1:08 pm
Si, An Education sembra avere qualche intento moraleggiante.
In ogni caso direi che nessuno dei due film rovescia l’etica comune. Per entrambi la relazione è vista come qualcosa che si scopre essere impossibile e, coincidenza o meno, viene usato lo stesso espediente narrativo per far prendere consapevolezza di ciò. Forse a posteriori risulta un po’ una scelta di convenienza, di quelle per salvare capra e cavoli.
In An Education la risoluzione appare comunque non solo guidata dagli eventi ma anche da una metabolizzazione interna della protagonista su quali siano le sue vere aspirazioni e su come voglia realizzarle. In Fish Tank invece la conclusione è più violenta ed è anche l’unica possibile indipendentemente da come reagiscono i personaggi.
Quindi direi che se ti aspetti un po’ più di anticonformismo del solito rimarrai deluso.
July 30th, 2010 at 4:40 pm
Aggiungo una considerazione: dopo aver letto il tuo intervento su Juno credo che odierai An Education. ^_^;
July 31st, 2010 at 3:13 pm
Tra l’altro dal poco che ho letto della trama, e le due immagini che ho visto in rete, mi pare che Fish Tank si inquadri abbastanza in quel filone di cinema che vuole (vorrebbe…) ritrarre vite e ambienti degradati con intento realista, fatto di riprese volutamente a grana grossa, artatamente grezze nei colori, nelle inquadrature. Inquadrature traballanti per vite traballanti o spacciate per tali (entrambe).
In tal senso mi irriterebbe, più che non la specifica mancanza di anticonformismo rispetto al tema trattato, proprio questo generale incasellarsi negli stilemi di un genere predefinito, costruito per un pubblico predefinito, quello che nel cinema vuole la critica sociale fatta così e cosà.
Non c’è niente di peggio di un prodotto culturale che si presenta critico ma in realtà è tutto costruito per non deludere un suo pubblico, al di là di quale sia tale pubblico, e l’oggetto della (pseudo)critica.
Comunque il mio termine supremo di paragone negativo nell’ambito “film sull’adolescenza” resta Thirteen, al cui confronto Juno risplendeva di luce propria.